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Il Birraio Magico

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di Ivan Masciovecchio

Un mastro birraio di padre abruzzese e madre svedese. Che cerca di raccontare una terra e un legame con impegno, fatica e passione attraverso il lavoro quotidiano di piccolo artigiano del gusto. Che per le materie prime si rivolge al territorio che lo ha accolto. E che lancia una proposta da vero imprenditore

«Qualcuno assimila le nostre birre allo stile belga, altri a quello inglese. Io amo pensare che siano birre italiane, con un forte legame con il territorio, in grado di rispecchiare la personalità di chi le produce».

Così racconta Jurij Ferri, giovane mastro birraio, titolare con la moglie Valeria, del birrificio artigianale Almond ‘22, una delle realtà più quotate del movimento birraio italiano, recentemente premiata sulla Guida alle Birre d’Italia 2009 di Slow Food per la sua Farrotta quale birra di assoluto valore. Lo incontriamo nella nuova sede di Spoltore, mentre etichetta una delle sue ultime produzioni. «Nel 2003, quando abbiamo aperto, in Italia c’erano soltanto cinquanta birrifici artigianali – afferma Jurij con il suo eloquio veloce –.

 

Attualmente se ne contano più di duecentocinquanta. Noi siamo stati i primi in Abruzzo, rappresentando per anni una sorta di avanguardia. Oggi ne sono attivi quattro e tra di noi c’è grande collaborazione. Il mastro birraio del birrificio di Casoli si è formato da me, mentre quello di Notaresco è il mio distributore di zona. Entro l’anno se ne dovrebbero aprire altri». Proseguendo sulla strada di una crescita lenta e ponderata, che guarda più alla qualità che alla quantità, quest’anno la produzione di Almond ‘22 si dovrebbe attestare sulle quarantacinquemila bottiglie, con un incremento fra il trenta e il trentacinque per cento rispetto al 2008. L’obiettivo dichiarato, però, è quello di arrivare a produrne circa sessantamila entro il 2011.

«Va bene la fama ma non vorremmo patire la fame – sottolinea sarcastico Jurij –. Considerando i costi elevati che si devono sostenere per aprire un birrificio e le accise sugli alcoli, che sulla birra si pagano mentre sul vino no, quarantamila bottiglie rappresentano il margine minimo di sopravvivenza». Sono otto le birre prodotte a ciclo continuo nello stabilimento con vista sulla Majella. Si aggiungono quattro specialità stagionali, realizzate in poche centinaia di esemplari solo in alcuni periodi dell’anno. I loro nomi hanno storie simpatiche alle spalle, come nel caso della Noa. «Una birra da dieci gradi alcolici – ce la descrive sempre Jurij – molto strutturata, che tende a crescere e a migliorare anno dopo anno, come un buon vino. In un momento di totale assenza di fantasia, mio figlio Federico, che non sapeva scrivere, mise insieme tre lettere e mi disse: “chiamala Noa”. Il nome mi è piaciuto subito e così l’ho approvato. Poi sono andato a vedere se quella parola significasse qualcosa ed ho scoperto che in ebraico “noa” vuol dire “che cambia”, “in evoluzione”. Meglio di così…».

Lavorate artigianalmente secondo il procedimento della rifermentazione in bottiglia, simile al metodo champenoise, senza essere né filtrate né pastorizzate, le birre nate in casa Almond ‘22 si caratterizzano anche per un rapporto profondo con il territorio abruzzese, grazie all’utilizzo di materie prime di assoluta qualità. «Sono diversi i produttori locali da cui ci riforniamo. Il miele, ad esempio, viene dal Parco Nazionale d’Abruzzo, da Guardiagrele e da Spoltore. Anche cereali come la segale e la saragolla, un’antichissima varietà di grano duro che utilizziamo nella Blanche de Valerie, la birra dedicata a mia moglie Valeria, sono di provenienza locale. Così come la nostra prossima uscita, la Zafferana, conterrà zafferano della Piana di Navelli. Infine, l’acqua è quella proveniente da Farindola. Se si considera che il novanta per cento della birra è composta d’acqua, è facile capire quanto sia fondamentale per noi e per la qualità dei nostri prodotti il legame con la nostra regione».

«Tutto quello che abbiamo fatto in questi anni – conclude un po’ sconsolato Jurij – è stato realizzato senza un euro di contributi pubblici. Ci piacerebbe che le istituzioni, così come già sta avvenendo nel nord Italia, cominciassero a guardare alla realtà dei micro birrifici artigianali con un po’ più di attenzione, considerandoli veri e propri strumenti di promozione turistica e territoriale al pari del vino e dell’olio».

Magazine Risorse d'Abruzzo

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